GRECITÀ E JONICITÀ – pensiero di Elio Marcianò

Rivedo, dopo qualche anno, Antonio Cersosimo, sculture pittore, nella sua casa di Crucoli Torretta, lungo la litoranea jonica coi giardini di zàgara e di gelsomino, sempre tenace nella sua vocazione coerente d’artista estroso con esuberante fervore atavico ed appossionata adesione alla tradizione della nostra terra e della nostra gente. 
Le sue opere nella galleria del suo studio mi riportano all’immagine dei nostri pescatori che arpionavano nel mare viola il pesce spada, mentre Vitrioli, coi versi del poema Xifia, cantava il sacrificio del pesce maschio che va incontro alla morte, quando sente il sangue della sua femmina, caduta sotto i colpi degli arpioni. L’immagine raffiora in sintonia ocn le figurazioni dell’artista conterraneo, rievocando favole amare di vita e di morte, in vidende di luce e d’ombra, in visioni legate alla presenza umana, cristiana e pagana, pitagorica e calabra. 

E mi sembra di scorgere fra i volti delle sue donne i volti delle belle troiane sbarcate con le figlie di Laomedonte e le sorelle di Priamo, dopo aver incendiato le navi. E’ da qui tutto il pitagorismo che si mescolava al sangue dei calabri italici e l’emozione per quel mare che ci restituiva le magiche statue dei bronzi di Riace, che possiamo attribuire al conterraneo scultura Pitagora da Reggio, ominimo del filoso di Samo.
In sostanza Cersosimo ci appare quale emerito continuatore di quel genio classico per la sua fantasia creatrice di visioni cosmiche del mito ancestrale, della divinizzzazione della realtà ed insieme della verità dei temi del nostro tempo. Cersosimo conferma la validità della sua solitaria ricerca che premia l’inventiva istintiva dell’autentico artista da annoverare fra i più singolari che vanno verso la storia dell’arte.
Arte che nasce spontanea nell’immediatezza della vita e nei risvolti delle più intime problematiche esistenziali. Arte viva come è vivo l’artista, volitivo, imprevedibile, con un temperamento sanguigno ed emotivo, nel senso della fatalità e del destino.
E’ una crescita artistica d’un figlio dell’antitesi tra lo spirito cubista e lo spirito futurista, sapore popolaresco della favola della vita, nel mito delle cose più caduche, che interpreta da geniale e colorito cronista. E si può dire che la sua arte è sempre acuita dalla fantasia mantenuta nella memoria per cui l’immagine, nella continuità della linea, acquista una dimensione infinita.
L’enigma dello spirito per gli spazi aperti come fratture predomina nelle sculture in marmo, in bronzo e nel prediletto onice. Lo stesso spirito aleggia nei suoi sbalzi in lega ternaria di sua invenzione.
Nella pittura figurativa e paesaggistica, sempre luminosa, coniuga la disperazione con la felicità; in una varia storia d’elegiaca passione pur tutto ciò che lo circonda, con particolare amore per la nostra stirpe, in una indefinita nostalgia d’estenuante sentimento. Così c’è da una parte la concezione dell’esistenza come egli la vuole e dall’altra la concezione dell’arte come aspirazione ad una vita più alta.
Antonio Cersosimo, l’uomo, l’artista, prigioniero di questo mondaccio, memore del passato non si sente più unito, si disintegra nell’arte nuova, liberandosi con lo sprazzo di luce futuristica e con lo stato d’animo di chi ha bisogno di scavare sempre più nell’anima umana per un mondo dello spirito.

Elio Marcianò